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Premium, mercato a gonfie vele

di Salvatore Saladino, Country Manager di Dataforce Italia

Le vendite di marchi Premium sono in forte espansione: nel 2016 un’auto su cinque è appartenuta a questa categoria. I modelli preferiti dalle aziende che acquistano e che noleggiano

Il mercato Premium vale 340.000 auto nuove in Italia. Nel 2016, infatti, quasi il 20% delle immatricolazioni è stato appannaggio di marchi di classe elevata, oltretutto in forte crescita rispetto agli anni precedenti. Secondo l’analisi di Dataforce, le vendite Premium del 2015 furono 286.000, e nel 2014 solamente 244.000. Una crescita di quasi 100.000 unità in due anni significa che la crisi del mercato può essere definitivamente archiviata. Anche i primi dati del 2017 confermano la tendenza degli automobilisti italiani a preferire i marchi più prestigiosi che, come avviene da anni, sono soprattutto quelli tedeschi. Con qualche eccezione come l’inglese Land Rover, la svedese Volvo e l’Alfa Romeo. Quest’ultima, con la Giulia (e, prossimamente, con la Stelvio), sta scalando i vertici delle classifiche: nel segmento di appartenenza, il Middle-Class, aveva raggiunto la quinta posizione nel 2016, l’anno di lancio, ma nel 2017 si è già posizionata terza alle spalle di Audi A4 e BMW Serie 3, superando di slancio la Volkswagen Passat e la Mercedes Classe C. Rispetto alla BMW, la distanza è oramai ridotta ai minimi termini (poche decine di unità): un ottimo risultato considerando che la media italiana è disponibile soltanto con carrozzeria berlina, mentre nel nostro Paese la tipologia preferita è la station wagon.

Nell’ambito delle classifiche dei marchi Premium preferiti (prendendo in considerazione tutte le vendite delle Case, a prescindere dal segmento dei modelli), nel 2016 è stato un serrato testa a testa tra Audi, Mercedes e BMW, con la Casa di Ingolstadt che alla fine ha prevalso per un’incollatura sulla Stella. Con un 10% di vendite in meno, al terzo posto la BMW. Tutte le marche Premium hanno fatto registrare l’anno scorso una crescita delle vendite, con Jaguar che, grazie all’arrivo di F-Pace e XE, ha triplicato le immatricolazioni.

L’analisi di Dataforce sul segmento Premium si è concentrata sui modelli più venduti nelle flotte aziendali e, in particolare, nel canale del noleggio a lungo termine, una soluzione d’acquisto che incontra sempre maggior gradimento tra l’utenza business. Considerando solamente due segmenti, il Medium Class e l’Higher-Medium Class, gli acquisti diretti aziendali rappresentano un volume di oltre 15.000 unità all’anno, mentre il NLT cuba il doppio: attorno alle 30.000 immatricolazioni ogni 12 mesi. I dieci modelli più venduti dei due segmenti rappresentano la quasi totalità delle vendite, a indicare la massima concentrazione su questi modelli. Le graduatorie, salvo la novità Giulia, sono abbastanza consolidate negli ultimi anni, con le tedesche Audi, BMW e Mercedes che si scambiano talvolta le posizioni, sebbene l’Audi A4 riesca a mantenersi sempre al vertice, così come la sorella maggiore A6 nell’ambito del segmento superiore. Nel noleggio a lungo termine, però, il primato del modello più venduto nel segmento medio è stato appannaggio della Volkswagen Passat. Perché nel long rent il prezzo d’acquisto reale (cioè listino meno sconto applicato al noleggiatore) e il valore residuo (che per Passat è praticamente identico a quello dei modelli comparabili dei primi tre brand concorrenti) portano a un canone di Passat davvero competitivo.

La classifica delle auto più noleggiate di categoria media nel 2016 ha visto dunque la Passat prevalere su Audi A4 e BMW Serie 3. Quarta è stata la Mercedes Classe C, seguita dall’Alfa Romeo Giulia. Nella graduatoria degli acquisti diretti, invece, l’Audi A4 è leader, seguita dalla Mercedes Classe C, dalla Volkswagen Passat, dalle BMW Serie 3 e Serie 4 e dalla Giulia.

Il segmento superiore, invece, nel NLT vede ai primi posti Audi A6, BMW Serie 5 e Mercedes Classe E, seguite da due “non tedesche”: la Jaguar XF e la Maserati Ghibli. Nel 2017, con il debutto della nuova BMW Serie 5 che esordirà al Salone di Ginevra in questi giorni, la graduatoria dovrebbe subire sostanziali modifiche. Tra gli acquisti diretti del segmento Higher-Middle Class, le prime cinque posizioni comprendono gli stessi modelli, ma con qualche variazione di graduatoria: prima è sempre l’Audi A6, seguita da BMW, Mercedes, Maserati e Jaguar. Da segnalare il ritorno in classifica delle grandi Volvo: la V90 e S90.

Nota su Dataforce:

Dataforce è una società con quartier generale a Francoforte e sedi in tutto il mondo che si occupa di analisi sul mercato Automotive. Opera a livello internazionale fornendo all’industria automobilistica informazioni ad alto contenuto qualitativo concernenti le flotte e, più in generale, i vari canali di vendita presenti sui mercati. La missione di Dataforce è portare “trasparenza nel mercato delle flotte”: un obiettivo perseguito attraverso una rigorosa segmentazione di mercato che permette analisi approfondite e facilita la possibilità di confrontare le tendenze presenti nei diversi paesi. Oggi Dataforce è riconosciuta come uno dei principali fornitori di dati ed analisi in Europa ed in Cina relativamente alle immatricolazioni del nuovo. Il portafoglio prodotti e servizi è formato da sofisticate banche dati per le statistiche sull’immatricolato insieme ad informazioni specifiche su tutte le società e i professionisti che utilizzano vetture e veicoli aziendali, a cui si aggiungono i progetti di ricerca di mercato e consulenza.

Sicurezza e flotte aziendali: virtuosi per mestiere

Articolo di Salvatore Saladino, Country Manager di Dataforce Italia. Il tema della sicurezza è ai primi posti per il fleet manager, perché preserva il primo patrimonio dell’azienda: i dipendenti. E contribuisce anche a far quadrare i conti

Gli infortuni in itinere (cioè nel tragitto casa-ufficio) e quelli causati dagli incidenti stradali sono la prima causa di danni fisici e mortalità sul lavoro. Per questo motivo, uno dei criteri principali attraverso i quali i gestori delle flotte aziendali scelgono le auto, è proprio la sicurezza. Che non è soltanto uno dei cosiddetti “nice to have” per chi utilizza l’auto per lavoro, ma addirittura un obbligo di legge, oltre che uno dei principi cardine della CSR (Corporate Social Responsibility). L’automobile è infatti equiparata a un luogo di lavoro: lo stabiliscono anche recenti sentenze della Corte di Cassazione e il quadro normativo di riferimento è inequivocabilmente completo in materia.
Le flotte aziendali italiane come si collocano rispetto al resto d’Europa? Per una volta tanto, non siamo affatto un fanalino di coda. Le auto utilizzate prevalentemente per lavoro sono molto più sicure in Italia che negli altri Paesi automobilisticamente più evoluti. Lo dimostra il più recente studio del CVO di Arval, il player numero uno in Italia nel mercato del noleggio a lungo termine. Il Corporate Vehicle Observatory è il centro studi di Arval sulla mobilità e sulle tendenze del mercato, che si avvale per le sue indagini qualitative e quantitative della collaborazione di 2.369 aziende con parchi auto in 12 Paesi d’Europa (227 in Italia). La più recente analisi sul tema afferma che per quasi l’80% delle aziende italiane la sicurezza al volante è una priorità assoluta. E che la scelta dei modelli da inserire nella Car Policy è fatta in funzione non soltanto del costo del canone di noleggio, ma anche in base alla dotazione di sicurezza.
Il vero passo in avanti per una flotta sicura è costituito però dalla sempre maggiore diffusione delle auto “intelligenti” che, per il momento non significa l’inserimento in Car Policy di auto con guida autonoma, ma semplicemente di veicoli dotati di moderni sistemi di ausilio alla guida, che possono contribuire in maniera determinante a incrementare la sicurezza attiva: come per esempio, l’avviso di mantenimento della carreggiata, l’avvisatore anti-colpo di sonno, il cruise control auto-adattativo e altri dispositivi di tal genere.
I fleet manager hanno ben presente che una dotazione di sicurezza completa, non soltanto migliora il benessere e riduce lo stress al volante (e quindi abbassa la soglia di rischio), ma ha una ricaduta positiva anche in termini di TCO (Total Cost of Ownership), il costo complessivo di gestione dell’auto aziendale, perché i valori residui nell’usato delle auto più sicure sono sempre maggiori rispetto a quelli di un’auto dall’equipaggiamento più povero. Dato il più rapido tasso di sostituzione delle auto aziendali (nel noleggio a lungo termine le vetture si cambiano in media ogni 42 mesi) rispetto a quello dei privati, scegliere un’auto che mantiene meglio il valore significa in concreto risparmiare sui costi della flotta.
Quali sono i dispositivi di sicurezza e di guida intelligente dell’ultima generazione che secondo i fleet manager rendono migliore la flotta? In testa c’è il rilevamento di stanchezza del guidatore (l’83% del panel intervistato dal CVO lo ritiene utilissimo), il sistema di mantenimento della distanza di sicurezza (82%), la segnalazione di presenza di veicoli nell’angolo cieco (79%) e la chiamata automatica di soccorso in caso di emergenza (79%).
Il confronto con il resto d’Europa volge, come detto, a favore del Belpaese: un optional come il sistema di frenata automatica è ritenuto fondamentale dal 67% dei fleet manager italiani, mentre la media degli altri Paesi del Continente si ferma al 26%, gli ausili alla visione notturna sono un indispensabile strumento di sicurezza per un fleet manager su cinque (soltanto per il 12% nel resto d’Europa), mentre il controllo adattivo della velocità per gli italiani è fondamentale nel 20% degli intervistati (e utile per la quasi totalità), invece i fleet manager stranieri si fermano al 15% e per il 17% di loro è considerabile tuttalpiù utile…

La Top 5 della sicurezza

I dispositivi più utili secondo i fleet manager italiani
Rilevamento della stanchezza del guidatore 83%
Frenata automatica in caso di emergenza 83%
Mantenimento della distanza di sicurezza 82%
Segnalazione di veicoli nell’angolo cieco 79%
Chiamata automatica in caso di emergenza 79%

Fonte: CVO Arval

Le ibride in Europa

Intervista a Salvatore Saladino, Country Manager di Dataforce Italia azienda con sede a Francoforte e specializzata nell’analisi del mercato automobilistico europeo e mondiale. Con lui abbiamo voluto fare il punto sulle ibride in Europa e Italia.

Quanto valgono oggi le ibride in Europa?
“Considerando i primi 20 paesi europei in termini di volume di nuove immatricolazioni, ovvero quelli sopra le 100.000 unità vendute, il peso delle motorizzazioni ibride è appena al di sotto del 2%, ovvero 1,98%. Si va da un minimo dello 0,02% della Repubblica Ceca, a un massimo della Norvegia con il 18,19%. Guardando invece al numero totale di vetture e veicoli ibridi immatricolati fino a ottobre 2016, è il Regno Unito in testa a tutti, con 65.944 unità, seguito da Francia, Germania, Italia e Norvegia, a chiudere la classifica dei primi 5 Paesi”

In quale canale le ibride riscuotono più successo, tra privati, società o noleggio?
“Il noleggio, per come lo intendiamo noi, non è comparabile con molti dei paesi europei quindi distinguiamo fra immatricolazioni a privati e quelle che chiamiamo “True Fleets”, ovvero le flotte vere (che in Italia contengono anche il noleggio a lungo termine). Guardando il totale delle immatricolazioni ibride, i privati hanno la leadership: 138.191 veicoli contro i 107.031 delle flotte. Anche se in alcuni paesi la classifica si inverte come nel caso del Regno Unito (dove le ibride a società sono ben 31.712 mentre quelle vendute a privati 23.629), della Svezia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria e Polonia”

E quale è la situazione sul nostro mercato?
“L’Italia è molto sbilanciata a favore dei privati, 20.491 targhe contro le 7.124 registrate a società e noleggio lungo termine, il 65% di tutto il mercato delle ibride del nostro paese”

Quali sono i mercati europei dove le ibride vanno meglio?
“In assoluto la Norvegia è il miglior esempio di come buone politiche di sostegno e sviluppo a favore di motorizzazioni a basso impatto ambientale possano dare ottimi risultati. Non scordiamoci di come la Norvegia sia il quarto mercato mondiale delle plug-in e addirittura la prima al mondo per veicolo elettrico pro-capite (21 x 1000), con una quota dell’elettrico del 12,83%. A parte la Norvegia, dal secondo al quinto posto per peso dell’ibrido, troviamo nell’ordine Svezia, Paesi Bassi, Finlandia, Svizzera, con quote di mercato dal 3% al 5,6%. L’Italia è undicesima con una quota dell’1,81%.”

Nel frattempo l’industria automobilistica ha deciso di puntare anche sull’ibrido plug-in, ricaricabile anche a una presa di corrente o a una colonnina in strada. Quanto vale oggi l’ibrido plug-in in Europa?
“Sempre nei primi 20 paesi europei, le plug-in a fine ottobre 2016 sono 80.026. Il Regno Unito è quello che ne immatricola di più (22.501), seguito dalla Norvegia (17.195). Tutti gli altri paesi sono al di sotto delle 10.000 immatricolazioni. Guardando però al peso delle plug-in rispetto al resto delle ibride per singolo mercato, la Norvegia torna prima assoluta con un altissimo 60,96%, seguita da lontano da Svezia (39,85%), Belgio (35,53%), Paesi Bassi (34,43%) e Regno Unito (34,12%). L’Italia è penultima e diciannovesima con solo il 2,73% di quota per le ibride plug-in rispetto alle altre ibride”

Cosa dobbiamo aspettarci per le ibride nei prossimi anni in Europa e in Italia?
“Riduciamo il perimetri di analisi ai seguenti 7 paesi europei, ovvero Germania, UK, Francia, Italia, Spagna, Belgio e Paesi Bassi. Il totale delle immatricolazioni per questi sette paesi chiuderà il 2016 al di sotto dei 12 milioni di vetture e veicoli. Solo nel 2019, secondo i nostri dati, si riuscirà a superare tale soglia ma di fatto il mercato rimarrà stabile con una leggerissima crescita. Guardando alle ibride, nei prossimi anni il valore medio degli eventuali incentivi è prevedibile attendersi che andrà diminuendo, fino ad azzerarsi a favore delle ibride plug-in e soprattutto delle elettriche. Anche la risposta del consumatore in termini di maggior prezzo che è disposto a pagare per avere un veicolo a basso impatto ambientale sarà nettamente a favore dell’elettrico puro e decisamente bassa, se non nulla, per veicoli ibridi. Se, come gli analisti stimano, nel 2022 le infrastrutture di ricarica non saranno più un problema, forse l’ansia da autonomia che oggi frena tanto l’elettrico potrebbe lasciar spazio a uno scenario ben diverso da quello odierno, sempre a patto che un veicolo elettrico, per esempio di segmento B, non costi più di 1.000 euro rispetto al suo corrispondente a benzina o diesel. In altre parole: se nei prossimi anni la crescita dell’ibrido non sarà forte sarà solo perché l’elettrico avrà ricevuto la maggior parte o tutti gli incentivi governativi e che le infrastrutture di ricarica siano finalmente sufficienti a farci dimenticare dell’ansia da autonomia”

Una su quattro è SUV

Su 11 milioni di auto vendute nel 2016 in Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna, 2,9 milioni sono Sport Utility Vehicles. Con un mercato stabile nei prossimi 5 anni, questo segmento sarà l’unico a crescere

di Salvatore Saladino, Country Manager di Dataforce Italia

Saranno mezzo milione le SUV vendute in Italia nel 2016: questa è la previsione di Dataforce, società internazionale di analisi del mercato automotive. Ovvero 100.000 in più rispetto allo scorso anno. Questo dato ci posiziona, in termini di volumi, al quarto posto nella graduatoria dei 5 Paesi d’Europa automobilisticamente più rilevanti, alle spalle del Regno Unito (che quest’anno immatricolerà 768.000 SUV, il 29% del totale del mercato), della Germania (736.000, con una quota del 22%) e a un’incollatura dalla Francia, che è un mercato più grande del nostro (540.000 SUV, pari al 26% di tutte le nuove targhe). Ma davanti alla Spagna (337.000 SUV, che corrispondono al 28%). L’Italia è dunque una delle nazioni europee in cui i SUV hanno più successo, perché oltre un’auto nuova su quattro (il 27%) appartiene a questa tipologia. Una tendenza che si consoliderà anche nei prossimi anni, sempre secondo le previsioni di Dataforce: nel 2017 il forecast ipotizza che le vendite di sport utility supereranno le 530.000 unità, per sfiorare quota 590.000 nel 2018 e infrangere la barriera delle 600.000 targhe tre anni dopo.
Scendendo nel dettaglio dell’analisi, i clienti dei SUV sono in larga misura privati in tutti i Paesi, tranne la Germania, dove la quota maggiore di questa tipologia di veicoli è appannaggio degli “Special Channels” (cioè i noleggi a breve termine, sommati alle auto-immatricolazioni di case costruttrici e concessionari). In Italia, per esempio, la quota dei SUV acquistati dai privati raggiunge il 68%, con le “True Fleets” (vale a dire le immatricolazioni a utente finale aziendale, assommati ai noleggi a lungo termine) che conquistano una quota del 20%, e i “canali speciali” si accontentano di una fetta di soli 12 punti percentuali (ciò si spiega col fatto che per questa categoria di automobili raramente si fa ricorso alle km zero).
Tutto il comparto dei SUV è in crescita, secondo le previsioni di Dataforce: se nel 2015 rappresentavano una quota del 22,8% sul totale delle vendite nei Paesi Top 5 Europa, quest’anno raggiungeranno il 26% e, nel 2017, il 27,7%. Con una crescita costante che, tra 5 anni, porterà i SUV a conquistare quasi un terzo delle vendite (il 31,3% dell’intero mercato).
Concentrando l’analisi sulle vendite flotte a società e noleggio a lungo termine (“True Fleets”) nei cinque Paesi automobilisticamente più rilevanti, il modello più venduto del 2016 rimarrà la storica leader del segmento, la Nissan Qashqai, che crescerà di almeno 5.000 unità rispetto al 2015, raggiungendo oltre 57.000 immatricolazioni. Incrementando la distanza già siderale con la rivale più accreditata, che quest’anno è la Ford Kuga (circa 30.000 vendite) e lo scorso anno era la Opel Mokka (32.000 unità nel 2015, 28.500 quest’anno). Quarta nel 2016 è la Volkswagen Tiguan, con sole 100 targhe in meno della Mokka, quinta è la Renault Kadjar, che nel primo anno intero di commercializzazione raggiunge quota 27.659 unità e supera persino la sorella minore Captur.
Posizioni molto ravvicinate anche per i modelli che seguono nella graduatoria: Kia Sportage, Hyundai Tucson, Nissan Juke e Audi Q3. Completamente differente la classifica True Fleets sui SUV in Italia: al primo posto nel 2016 c’è la Fiat 500X (11.653 esemplari nella previsione di Dataforce a fine anno 2016), seguita dalla “gemella” Jeep Renegade (7.968 unità), poi la Nissan Qashqai (6.105), l’Audi Q3 (3.860) e la Mini Countryman (3.342).

Alfa Romeo Stelvio: oltre la metà in Italia

Dataforce ha realizzato un forecast sulla nuova Alfa Romeo Stelvio, le cui consegne inizieranno l’anno prossimo. Secondo le previsioni, nel 2017 i 5 Paesi più rilevanti d’Europa in termini di vendite (Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna) immatricoleranno oltre 4.700 Stelvio (di cui la metà in Italia). Quasi 1.200 delle Stelvio vendute nel nostro Paese saranno acquistate dai privati. L’anno di maggiore successo della Stelvio sarà il 2018, quando nei Paesi Top 5 se ne venderanno 5.500 unità.

Auto ecologiche in Italia e in Europa: ibride sì, elettriche no

Tranne che in Francia, dove le elettriche sono favorite, nel resto d’Europa la crescita delle auto ecologiche è merito delle ibride. Ma senza il sostegno dello Stato il mercato langue

di Salvatore Saladino, Country Manager di Dataforce Italia

Nonostante si faccia un gran parlare di auto a impatto ambientale zero, in Europa, tranne in casi molto particolari, di auto a emissioni zero o prossime allo zero se ne vendono assai poche: se limitiamo l’analisi ai cinque Paesi del Continente più importanti nelle vendite (Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna), sugli oltre 5 milioni di auto immatricolate solamente 140.000 circa sono ibride o elettriche. Il che rappresenta una quota marginale: lo 0,4% per le elettriche e il 2,3% per le ibride. Ma, numeri a parte, la situazione appare differente da Paese a Paese, perché molto influenzata dalle politiche fiscali e di sostegno intraprese dai governi, con la Francia che punta più sull’elettrico che sull’ibrido, grazie anche ai forti investimenti che il primo costruttore transalpino (Renault) ha compiuto su questo tipo di alimentazione e la Gran Bretagna che continua a essere la nazione con il tasso di crescita maggiore per le ibride.
La situazione italiana è fortemente influenzata dagli incentivi statali, che sono pressoché assenti (è in vigore solamente l’esenzione dal bollo per 5 anni per i veicoli elettrici). Acquistare un’auto a impatto zero nel nostro Paese, dunque, è una scelta “idealogica”, oppure imposta dalla car policy aziendale. Infatti il trend del 2016 indica che le vendite di auto elettriche sono in flessione di quasi il 18% tra i privati, mentre gli acquisti aziendali addirittura del 43%. Situazione diametralmente opposta per le ibride, dove l’Italia fa un balzo in avanti del 59% tra i privati, raggiungendo a fine anno, secondo il forecast di Dataforce, gli stessi volumi di vendita tra i privati di Germania e Regno Unito (attorno alle 25-27.000 unità), e crescerà di una percentuale simile anche nel comparto aziendale (+57%), sfiorando le 10.000 nuove targhe entro dicembre. Il trend di crescita italiano nelle ibride è quindi di gran lunga il migliore nell’Europa che conta automobilisticamente.
La Francia, che ha puntato tutto sull’elettrico, a fine anno immatricolerà 14.000 auto a impatto zero con i privati e 5.300 a utenti business, con un tasso di crescita di circa il 50%, mentre le vendite saranno pressoché costanti per le ibride immatricolate dai privati (-1,8%) e in netta flessione sulle aziende (-16,4%). Questo risultato è, naturalmente, la conseguenza della politica di incentivazione, che prevede un contributo all’acquisto (a fronte della rottamazione di una diesel di almeno 10 anni), di ben 10.000 euro, più l’esenzione totale della tassa di immatricolazione e l’annullamento della company car tax.
In Germania l’auto elettrica cresce forte in termini percentuali tra i privati (+44%), ma si tratta di volumi minimi (circa 3.700 le nuove targhe previste entro la fine del 2016, contro le 15.000 della Francia) e molto meno tra le flotte (+10%, per un totale di poco più di 1.000 auto). Nelle ibride, invece, la Germania raddoppia le vendite ai privati e cresce del 25% nel comparto aziendale, per un totale di circa 26.000 nuove targhe. Gli incentivi, nel caso della Germania, sono meno efficaci perché meno generosi: 4.000 euro per le auto elettriche e 3.000 per le full hybrid. Importi che sono equamente divisi tra Stato e Costruttori.
In Spagna, il Plan Movea a sostegno di tutte le auto a impatto zero o a basso impatto ambientale ha esaurito i fondi messi a disposizione dal Governo in pochi mesi: si trattava di incentivi “pesanti”: fino a 5.500 euro. In Spagna le vendite di auto elettriche sono quasi raddoppiate (a fine anno saranno quasi 600 per i privati e poco più di 1.000 per le aziende): si tratta però di numeri piccoli.
La Gran Bretagna, dopo anni di crescita delle elettriche, nel 2016 fa segnare una pausa di riflessione tra i privati (-3%), mentre aumentano le vendite nelle flotte (+30%). Tra le ibride, invece, la crescita è notevole nelle immatricolazioni business (+57%) e più costante tra i privati (+14,3%). Il Regno Unito si conferma la nazione di riferimento nelle ibride, con un totale che a fine anno raggiungerà le 65.000 unità. Il piano inglese di incentivi statali è articolato e generoso: fino a 8.000 sterline (al cambio attuale sono circa 8.800 euro) per l’acquisto, più le esenzioni sulla tassa di circolazione e del fringe benefit, l’ammortamento del 100% del costo d’acquisto nel primo anno se il veicolo emette meno di 75 g/km di CO2.

Il caso Norvegia

Se si considera il numero di abitanti, la Norvegia è il primo Paese al mondo come circolante di veicoli elettrici. Grazie a una politica statale di sostegno, l’obiettivo di avere 50.000 veicoli elettrici in circolazione entro il 2018 è stato raggiunto già il 20 aprile dell’anno scorso. Quest’anno, nei primi otto mesi, sono state immatricolate 37.000 auto a basso o zero impatto ambientale: quelle diesel sono state 52.000 e quelle a benzina 33.000. Con una quota di mercato per ibride ed elettriche, dunque, di ben il 30%. Gli incentivi esentano da qualsiasi tassa (inclusa l’Iva all’acquisto che in Norvegia è del 25%), dal bollo, dai parcheggi, dai pedaggi autostradali e persino dal pagamento del biglietto sui traghetti.

Mercato Business: il noleggio va a gonfie vele

Cresce il comparto del noleggio a lungo termine, un settore dominato da quattro principali operatori e con una graduatoria di marche e modelli preferiti molto diversa da quella dei clienti privati

di Salvatore Saladino, Country Manager di Dataforce Italia

Il mercato italiano dell’automobile gode di ottima salute nel 2016. Si tratta di una crescita equilibrata per tutti i tre canali di vendita in cui Dataforce suddivide il mercato: privati (coloro che intestano l’auto nuova utilizzando il proprio codice fiscale), vendite business, cioè gli acquisti aziendali e i noleggi a lungo termine (è il comparto che Dataforce definisce “True Fleets”, le flotte vere, cioè le vetture che hanno come effettivo utilizzatore finale un cliente aziendale, privato o pubblico, e “Special Channels” (nella segmentazione di Dataforce, sono considerati canali speciali le immatricolazioni dei noleggiatori a breve termine, delle case costruttrici nazionali, ovvero il Gruppo FCA, degli importatori e dei concessionari.

Da gennaio ad agosto, la crescita delle vendite a privati rispetto agli stessi mesi del 2015 è stata del 17,75% (pari a circa 120.000 nuove targhe in più), del 16,33% per le True Fleets +32.500 unità) e del 17,82% per gli Special Channels (+38.300 automobili). La crescita media dell’intero mercato è stata dunque di 17,5 punti percentuali.

Ma concentriamoci sul comparto del noleggio a lungo termine, la formula che in questi ultimi anni sembra risultare più gradita ai clienti aziendali, perché permette di racchiudere in un’unica rata mensile tutti i costi dell’auto (la ripartizione finanziaria per l’affitto del veicolo, le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria e le coperture assicurative). Il noleggio a lungo termine, inoltre, permette alle imprese di pianificare con estrema certezza le spese di mobilità. Il mercato italiano è dominato da quattro operatori principali, che complessivamente raccolgono il 72,2% dei contratti di long rent: Leasys (controllata da FCA), ALD Automotive (appartenente al Gruppo bancario francese Société Générale), Arval (Gruppo BNP Paribas) e LeasePlan (multinazionale olandese di proprietà di alcuni fondi d’investimento). A scorrere la classifica dei player preferiti, Leasys è il noleggiatore leader di mercato, seguito da ALD Automotive e da Arval, con ALD che ha soffiato da quest’anno la piazza d’onore ad Arval. Tutti e tre i player sul podio hanno una quota di mercato di poco superiore, vicina o non molto lontana dal 20%. La graduatoria, perciò, potrebbe cambiare negli ultimi mesi dell’anno, anche perché stanno per essere consegnati i primi veicoli della più importante gara di flotta aziendale dell’anno, quella di Poste Italiane. Una gara che si è conclusa con l’assegnazione di vari lotti proprio ai quattro principali operatori del noleggio a lungo termine: Arval ha acquisito oltre 10.500 “pezzi”, Leasys 6.200, LeasePlan quasi 5.000 e ALD 3.300.

Quali sono le marche preferite dai clienti di noleggio? La classifica, pur vedendo in prima posizione Fiat, è un po’ diversa da quella del mercato dei privati: quattro marche tedesche inseguono (a distanza) il costruttore nazionale: Ford, Volkswagen, Audi e BMW. Con Ford che ha “scippato” il secondo posto al colosso di Wolfsburg, grazie a un incremento dei contratti di ben il 40% da gennaio ad agosto. Volkswagen, invece, è calata del 2%. In ottima salute Audi e BMW, con percentuali di crescita superiori al 20% per entrambe. Segno meno, invece, per Peugeot e Citroen.

Nella top ten dei modelli più noleggiati dalle aziende italiane, la graduatoria vede il predominio di modelli Fiat: Panda, 500 L, 500 X e 500. Prima tra le straniere la Peugeot 308. Nelle posizioni di rincalzo, quattro tedesche (Audi A4, Volkswagen Passat, Ford Fiesta e Golf) e infine, new entry in classifica, la Jeep Renegade.

Forecast Dataforce: flessione delle flotte l’anno prossimo e poi crescita costante

Se nel 2016 il mercato italiano delle flotte aziendali farà segnare alla fine dell’anno una crescita importante (+50.000 unità) grazie anche agli effetti positivi della normativa sul “super-ammortamento” (che consente di incrementare la deducibilità sui veicoli aziendali del 40%), le previsioni di Dataforce sul 2017 non sono altrettanto positive. Fermo restando che, al momento attuale, non è prevista una proroga del “super-ammortamento”, gli analisti della società tedesca prevedono che il prossimo anno a crescere sarà soprattutto il comparto dei privati, che dovrebbe raggiungere 1.230.000 immatricolazioni contro il 1.150.000 del 2016. Per le “flotte vere” (cioè le immatricolazioni delle aziende che acquistano direttamente e i noleggi a lungo termine), invece, è previsto un calo di circa 20.000 unità (passando da 340.000 a 320.000 nuove targhe, con una flessione di circa 6 punti percentuali). Il 2017, dunque, sarà per il mercato business un anno di consolidamento, dopo l’eccellente risultato del 2016 che vedrà, a dicembre, una crescita anno su anno del 17,2%. Nel 2018, il comparto business tornerà ad attestarsi sugli stessi livelli del 2016, mentre negli anni successivi, invece, il mercato riprenderà a salire in maniera costante al ritmo, per le flotte aziendali, di 10.000 unità in più all’anno.

Mercato dell’auto 2016: privati e aziende a gonfie vele

Dataforce, società internazionale di analisi del mercato automotive, inizia a collaborare con “l’Automobile” svelando come si leggono i numeri del mercato, per interpretare correttamente il reale stato di salute del comparto.

di Salvatore Saladino – Dataforce

1. Privati e aziende: una suddivisione poco significativa

Nei primi due mesi del 2016 sono state immatricolate 333.730 automobili nuove (+22,46% rispetto allo stesso periodo del 2015). Ciò significa che oltre trecentotrentatremila automobilisti italiani hanno acquistato una vettura nuova di fabbrica? La risposta è: niente affatto!

Perché i numeri del mercato dell’auto, nel nostro Paese come in tutti gli altri, possono essere analizzati e interpretati, a seconda del lato da cui li si guarda. Spieghiamoci meglio: il totale delle immatricolazioni viene convenzionalmente suddiviso in due grandi famiglie, ovvero i “privati” e le “aziende”.  Ossia in base alla tipologia di cliente e all’utilizzo dell’auto che egli intende fare.

Diciamo quindi che questa prima suddivisione permette un’analisi “basic” sullo stato di salute dell’economia: se il numero dei privati che acquistano un’auto cresce, significa che le famiglie italiane hanno riserve di denaro sufficienti per cambiare l’auto (oppure che hanno fiducia nel futuro e hanno la possibilità di chiedere un prestito per finanziare l’acquisto). Se sale il numero delle aziende che comprano auto, è facile comprendere che l’economia d’impresa si trova in una situazione favorevole allo sviluppo degli investimenti. E che, poiché l’auto è (anche) uno strumento di lavoro, una parte dei capitali possono essere dedicati al rinnovo della flotta.

2. Auto aziendali: vere o false

Ma questa prima, convenzionale, suddivisione, non è sufficiente a interpretare correttamente i trend del mercato. Occorre infatti entrare in un dettaglio maggiore, soprattutto per comprendere quali sono le tipologie di cliente aziendale. Perché non tutti gli acquirenti aziendali sono realmente clienti finali. Per esempio, le Case automobilistiche e i concessionari non lo sono, anche se targano ogni anno migliaia di vetture per i test drive, oppure per smaltire una parte della sovraccapacità produttiva; queste diventano vetture regolarmente targate, che spesso si trasformano in “km zero”, in attesa di trovare un acquirente vero.

Le km zero sono conteggiate quindi nelle statistiche del mercato del nuovo, ma non entrano subito in circolazione, e fanno anche parte dei dati del mercato dell’usato, quando trovano un compratore.

3. True Fleets e Special Channels

Anche le auto immatricolate dai noleggi a breve termine possono essere ritenute vetture aziendali anomale, perché l’utilizzatore non è un unico cliente finale. Dataforce, quindi, ha deciso di “clusterizzare” il mercato in tre segmenti più corrispondenti alla realtà di mercato: privati, “true fleets” (le flotte vere) e “special channels” (canali speciali).

Il segmento true fleets comprende le aziende che effettivamente comprano veicoli per il proprio utilizzo business (comprese quelle che acquisiscono i mezzi tramite leasing finanziario), gli utilizzatori professionali e gli enti (taxi, autoscuole, noleggi con conducente ed enti pubblici), le società di noleggio a lungo termine (che risultano intestatarie di veicoli che vengono ceduti in locazione a effettivi utilizzatori finali aziendali).

Il segmento special channels comprende infine i noleggiatori a breve termine (rent-a-car), le auto-immatricolazioni dei concessionari, le auto-immatricolazioni dei costruttori nazionali (principalmente il Gruppo FCA) e le auto-immatricolazioni degli importatori (le case costruttrici estere che operano in Italia).

Analizzando i dati di mercato attraverso questa suddivisione, si riesce a interpretare l’andamento del mercato con migliore efficacia.

4. Chi va bene e chi va male

Nei primi due mesi del 2016, il mercato dei privati ha fatto segnare un incremento del 38% rispetto a gennaio e febbraio 2015: dunque questo comparto è cresciuto di 11 punti percentuali in più rispetto al total market. Le flotte vere, invece, hanno registrato un attivo del 13,7%, ma con un andamento molto differente per ciascun canale true fleets: gli acquisti diretti delle società sono cresciuti del 39%, gli utenti professionali e gli enti sono crollati del 50%, i noleggi a lungo termine hanno consolidato il risultato del 2015 con una crescita compresa tra il 2 e il 3%.

Il vero trionfatore del comparto business, dunque, è il canale degli acquisti aziendali diretti. Mentre il long rent risente dell’effetto negativo innescato dal “super-ammortamento”, il provvedimento legislativo contenuto nella Legge di Stabilità 2016 che consente un ammortamento maggiorato del 40% sugli acquisti di beni strumentali, ma soltanto sui costi di acquisto e non su quelli di gestione. La norma sul super-ammortamento ha favorito quindi gli acquisti diretti (e il leasing finanziario), che infatti sono cresciuti in modo vigoroso, ma ha penalizzato il noleggio a lungo termine, perché quest’ultimo comprende nel canone una quota parte relativa ai servizi assicurativi e di manutenzione, che non può essere “super-ammortizzata”.

Negli special channels, infine, i noleggi a breve termine sono cresciuti quasi in linea con l’andamento del total market (+30% circa), mentre le auto-immatricolazioni delle concessionarie sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto allo scorso anno. Le auto-immatricolazioni dei costruttori sono crollate invece del 58%, mentre quelle degli importatori sono aumentate del 16,5%.

Protagonisti assoluti del mercato dell’auto nel primo periodo del 2016 sono quindi i privati e le aziende che acquistano direttamente: un indicatore del buono stato di salute dell’economia reale. La crescita meno vigorosa del noleggio a lungo termine, al contrario, rappresenta un piccolo campanello d’allarme. Che va monitorato nei prossimi mesi con estrema attenzione.

5. Chi è Dataforce

Dataforce è una società di analisi di mercato che opera a livello internazionale, fornendo all’industria automobilistica informazioni ad alto contenuto qualitativo concernenti le flotte e, più in generale, i vari canali di vendita presenti sui mercati. Fondata nel 1997, la società ha il proprio quartiere generale in Germania a Francoforte sul Meno, dove lavorano oltre 60 dipendenti, e diverse filiali in tutto il mondo. Quella italiana è a Roma e la responsabilità è affidata al Country Manager Salvatore Saladino, l’autore di questo articolo.

La mission di Dataforce è portare “trasparenza nel mercato delle flotte”: un obiettivo perseguito attraverso una rigorosa segmentazione di mercato che permette analisi approfondite e facilita la possibilità di confrontare le tendenze presenti nei diversi paesi. Nata come azienda focalizzata sul mercato tedesco ed europeo, negli ultimi anni Dataforce ha intrapreso un processo di espansione internazionale. In tale contesto sono stati instaurati stretti rapporti di cooperazione con i maggiori protagonisti del settore automobilistico.

Oggi Dataforce è riconosciuta come uno dei principali fornitori di dati e analisi in Europa e in Cina relativamente alle immatricolazioni del nuovo. Il portafoglio prodotti e servizi è formato da sofisticate banche dati per le statistiche sull’immatricolato insieme a informazioni specifiche su tutte le società e i professionisti che utilizzano vetture e veicoli aziendali, a cui si aggiungono i progetti di ricerca di mercato e consulenza.